UNA PREROGATIVA RELAZIONALE ESSENZIALE: RISPETTARE L'ALTERITA'
Introduzione
Quando si vuole trattare il rapporto esistente fra due specie differenti che vivono e convivono interfacciandosi l’una con l’altra, il discorso non può che focalizzarsi sugli aspetti di somiglianza e differenza che intercorrono fra le due.
Nel rapporto con il cane questo discorso acquista un’importanza particolare e, se fosse visto con i suoi occhi, appare tanto essenziale quanto necessario.
In queste pagine non verranno prese in esame le tante somiglianze, presenti sul piano psicologico, evolutivo e cognitivo; bensì verranno valutate alcune differenze nel tentativo di spiegare il mio pensiero con alcune considerazioni sull’alterità.
Alla base del discorso
Prima di potersi addentrare nel discorso, è bene porre alcune basi solide dalle quali partire.
Prima fra tutte è questa: il cane, come ogni essere vivente, è unico ed irripetibile.
Lontano dall’essere altro fuorché un individuo a sé stante; mentalmente e cognitivamente operante secondo una propria peculiare logica.
A conferma di quest’ultima affermazione è importante precisare che il comportamento del cane non deriva da pattern fissi e stabili, definiti dalla razza di appartenenza o dalla specie.
Esso affonda le sue origini in configurazioni neurali formatesi in modo da essere le migliori soluzioni possibili in corrispondenza di stimoli ambientali elicitanti.
Il cane, come l’uomo, possiede infatti un cervello che ha la capacità di strutturare le funzioni del pensiero e di modificare le proprie risposte chimico-organiche, neuronali e sinaptiche adattandole all’ambiente in cui si trova ad agire ed interagire. In sostanza si parla quindi di un cervello strutturato in modo da svilupparsi in interazione tramite un meccanismo complesso di feedback soggetto – ambiente.
Occorre perciò pensare ad un cervello interattivo plasmato nella sinergia di predisposizioni genetiche innate, determinanti ambientali ed interazioni sociali.
In quanto essere sociale, il cane si sviluppa e interagisce in un ambiente socialmente stimolante che risulta assolutamente e imprescindibilmente legato alla sua vita ed al suo essere. Il cane possiede, come noi umani, una “mente relazionale”.
Si staglia così l’idea di un cane interattivo, lontano da pregiudizi che lo ancorano all’essere un oggetto privo di capacità relazionali profonde.
In questo senso è bene ricordare quanto l’uomo sia più individualista del cane. L’essere umano è portato per sua natura a sentirsi individuo anche nelle situazioni sociali, non a ragionare in modo collettivo; questo lo porta spesso ad interpretare la vicinanza dell’amico a quattro zampe solo in termini di affettività.
Per l’uomo il cane cerca affetto, sicurezza, cibo: ci sta vicino perché vuole coccole e perché desidera mangiare.
Al contrario l’amicizia del cane è molto, molto più articolata: in essa è sicuramente presente la componente affettiva, ma questa non esaurisce i contenuti di amicizia che il cane propone e richiede all’uomo.
Molte persone costruiscono la propria relazione con il cane o in modo genitoriale, vedendo nel proprio beniamino a quattro zampe un cucciolo a vita da proteggere e nutrire, o in senso esclusivamente affettivo, chiedendo alla relazione solo conferme di tipo emotivo.
Queste modalità di leggere il rapporto non sono sbagliate in senso assoluto ma risultano povere per il cane che, viceversa, richiede di essere un compagno d’avventure esplorative, di interazioni giocose, di collaborazioni di gruppo.
Il cane interpreta in modo sociale, e quindi con una precisa attribuzione di ruoli, il suo stare nel “branco-famiglia”.
Pochi si rendono conto che, già a pochi mesi di vita, il proprio cucciolo ha ben chiare le norme gerarchiche e cerca una propria posizione sociale.
Allargare ad altre attività di relazione il rapporto con lui significa tener conto della sua diversità, evitando quindi un’antropomorfizzazione che lo renderebbe sterile del punto di vista cognitivo e comportamentale.
Muoversi in questa direzione nello studio della cinofilia significa dare al cane un miglior stato di benessere e molto spesso scoprire gratificazioni nell’uomo assopite.
La relazione con la cosciente diversità del cane apre il rapporto agli aspetti collaborativo-esperienziali, vere dimensioni dell’amicizia con esso.
In questo senso, tanto più sapremo condividere attività ed esperienze con il nostro cane, tenendo conto dell’alterità che lo caratterizza, quanto più sapremo avvicinarci a lui nel modo più squisitamente corretto, naturale ed adeguato.
L’alterità
Dati questi importanti presupposti è bene definire in modo chiaro, a volte riprendendo e ripetendo volutamente quanto già detto, il concetto di “alterità”.
Per costruire e mantenere una corretta relazione con il cane è necessario riconoscere il suo stato di alterità, vale a dire ritenerlo un soggetto unico e tenere in considerazione la sua diversità cognitiva ed esistenziale.
L’alterità definisce le qualità relazionali del cane come di ogni altro essere, intese in due caratteri fondamentali: la soggettività (il cane non è un oggetto) e le diversità (il cane, come ogni essere vivente, ha una sua prospettiva attraverso la quale guarda il mondo, lo elabora e si rapporta con esso).
Per costruire una corretta relazione con il cane è necessario tenere conto della sua alterità, vale a dire ritenerlo un soggetto originale ed esclusivo e tenere in considerazione la sua diversità cognitiva e comportamentale.
La relazione deve cioè permettere la sua piena espressione, evitando di trasformarlo in un oggetto o di antropomorfizzarlo, due atteggiamenti apparentemente opposti ma che possono essere riuniti nella stessa categoria: maltrattamenti alla natura del cane che non consentono l’attivazione di un dialogo con esso.
Parlare di soggettività del cane è molto importante perché spesso si tende a strumentalizzarlo – l’animale “da” oppure usato “per” – o a interpretarlo come una macchina mossa da automatismi, per esempio regolato solo ed esclusivamente da istinti e condizionamenti.
Nella visione cognitiva qui proposta il cane ha una mente; le sue esperienze danno luogo a conoscenze e non ad automatismi, il suo comportamento è l’espressione di uno stato mentale nell’ “hic et nunc”, il “qui ed ora” caratterizzato da specifiche emozioni e motivazioni.
Pertanto in ogni attività il cane necessita di coinvolgimento, rispettando con attenzione il suo “qui ed ora” di soggetto, con coerenza tra il suo presente e quello che gli proponiamo.
Antropomorfizzare un cane non significa concedergli qualcosa, bensì privarlo delle sue peculiarità e trasformarlo in un’approssimazione all’uomo.
Trattare un cane come fosse un umano non vuol dire viziarlo, ma mancare di rispetto alla sua alterità maltrattandolo.
Dott. Nicolas Patrini
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